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“Nonno” Andreazzoli: dalla galassia lontana alla Serie A

a cura di
Stefano Rossi
Collaboratore
Stefano Rossi
07/04/2022

“Mi dedico ai giocatori e non al culto della mia persona”. Questo, forse, è il segreto dell'Empoli di Aurelio Andreazzoli, un tecnico partito da lontanissimo - la Seconda Categoria - e che, dopo tanti anni all'ombra di altri allenatori, ha saputo sfruttare le occasioni che il fato gli ha messo di fronte

In questo momento, in Serie A, ci sono solamente tre allenatori che si sono costruiti da soli, senza essere stati prima calciatori professionisti: Aurelio Andreazzoli, José Mourinho e Maurizio Sarri. Una celebre frase di Arrigo Sacchi diceva: “Per diventare un buon allenatore non bisogna essere stati per forza dei campioni; un fantino non ha mai fatto il… cavallo”. Beh, Aurelio Andreazzoli sta sicuramente dimostrando di essere un buon fantino. Il suo Empoli si è rivelato una squadra “ammazzagrandi” ed è la migliore delle neopromosse, viaggiando per ora in acque tranquille – a metà classifica – e ben lontana dalla zona retrocessione.

Il fato... Spalletti

Citando Star Wars, la storia di Andreazzoli è cominciata “tanto tempo fa, in una galassia lontana…”. È la stagione 1985/86, la Juventus di Tacconi, Cabrini e Platini conquista il suo 22° titolo. La Serie A, nonostante l’abbandono dei vari ZicoSócrates e Falcão, resta comunque un campionato affascinante, di tutto rispetto e colmo di campioni, quali: un emergente Donadoni, Maradona, Bergomi, Zenga, Rummenigge e la coppia doriana Mancini-Vialli, solo per citarne alcuni. Nel frattempo, mentre i bianconeri lottano per lo Scudetto, Aurelio Andreazzoli è in una galassia lontana, chiamata Seconda Categoria, ad allenare l’Orrione. Successivamente passa all’Ortonovo, conducendo gli spezzini dalla Seconda Categoria alla Promozione. Dopo una lunga gavetta, bazzicando tra Eccellenza, Serie D, C2 e C1, la grande occasione arriva il 9 luglio 2003, quando Luciano Spalletti, neo tecnico dell’Udinese, sceglie Andreazzoli come suo collaboratore tecnico. Il rapporto tra i due era nato qualche tempo prima, quando dividevano la stanza durante gli studi a Coverciano.

Niccolò Machiavelli diceva che “l’uomo può governare metà della sua vita, il resto lo governa il fato” e l’incontro con Spalletti è sicuramente quella metà di fortuna di cui aveva bisogno Andreazzoli, perché essere bravi, in Italia, spesso, non basta. La chiamata di Spalletti apre all’ex tecnico di provincia le porte della Serie A, nonostante stia sempre nascosto e lontano dai riflettori. È sempre “merito” di Spalletti l’approdo di Andreazzoli a Roma e alla Roma. Svolge per anni il ruolo di collaboratore tecnico, prima con Spalletti, poi a seguire con Montella, Luis Enrique e Zeman, sempre nell’ombra, ma sempre attento ai bisogni dei giocatori; tant’è che è grazie a lui se – al tempo – Rodrigo Taddei trova il coraggio di essere più sereno ed estroverso in partita. Nel febbraio 2013 il tecnico boemo viene esonerato e la squadra viene affidata ad Andreazzoli che, a dieci anni di distanza, torna a sedere in panchina. La gioia, però, dura poco e il mister rientra nello staff tecnico. Solamente nel 2017 tornerà alla guida di un club: l’Empoli. Guarda caso, proprio da dove era partito Spalletti, una ventina d’anni prima. Si dice che sia stato proprio il tecnico di Certaldo a consigliare alla dirigenza empolese di prendere Andreazzoli per sostituire Vivarini. Risultato? Incasella 19 risultati utili consecutivi, frutto di 14 vittorie e 5 pareggi, e riporta i toscani in Serie A. Nella massima serie le cose non vanno altrettanto bene e Andreazzoli viene esonerato per essere poi richiamato a metà marzo. Ha pochi mesi per salvare l’Empoli dalla retrocessione e qui, all'ultima curva, ritrova Spalletti.

È l’ultimo turno della stagione 2018/19, uno scontro delicatissimo tra Empoli e Inter. I toscani hanno bisogno di vincere per restare in Serie A, i nerazzurri dei tre punti per accedere alla Champions League. Dopo l’abbraccio iniziale, più nessun favore tra i due amici. I ragazzi di Andreazzoli sono super e chiudono il primo tempo sullo 0-0. Nella ripresa, però, Keita porta avanti il Biscione, poi Dragowski tiene in vita i suoi parando un rigore a Icardi e Traoré pareggia. In quel momento i toscani sono salvi e l’Inter fuori dall’Europa che conta. Incredibile. Ma non è finita. La squadra di Spalletti torna avanti grazie alla rete di Nainggolan e quello dell’Empoli diventa un assedio, inutile: questa volta il fato sorride a Spalletti. L’Inter è in Champions, l’Empoli in Serie B. Al termine della conferenza stampa, il momento più bello: Spalletti consola e abbraccia Andreazzoli, i giornalisti applaudono. “Aurelio, mi dispiace. Te la meritavi…”, gli dirà l’ex compagno di stanza e studi a Coverciano.

Le strade di Andreazzoli e l’Empoli si dividono, ma solo per due stagioni. Dopo la promozione firmata da Dionisi, infatti, il club toscano lo richiama. Il resto lo conosciamo. La sua rosa gioca a calcio, è aggressiva e offensiva, un po’ sbadata dietro ma tranquillamente a regime per la Serie A. Squadra, oltretutto, capace di vincere contro Juventus, Fiorentina e Napoli, formazioni che lottano per l’Europa. Non male per una neopromossa.

Roma, odio e amore

Se Catullo dovesse descrivere il rapporto di Andreazzoli con Roma e la Roma, probabilmente, direbbe “odi et amo”. La piazza della Capitale, sponda giallorossa, è stata la prima vera squadra a dare un’opportunità ad Andreazzoli nella massima serie. Dopo l’esonero di Zeman serviva una persona che salvasse la stagione. “Conosce i giocatori”, dicevano nell’ambiente. Ed era vero. Nessuno come il tecnico natio di Massa, conosce i propri uomini.  La dimostrazione c’era stata già anni prima, nel 2006, in occasione del match di Champions League tra l’Olympiacos e la Roma di Spalletti, quando Rodrigo Taddei, stimolato da Andreazzoli, si era inventato una finta da capogiro mandando al bar l’avversario. Quella finta prenderà il nome di Aurelio”, in suo onore. Aveva impiegato settimane a tirare fuori il meglio da Taddei ma non sapeva che il “numero da circo” dell’11 giallorosso sarebbe stato un motivo per ricordarlo negli anni. E guai a parlare tuttora dell’Aurelio e non di Aurelio ad Andreazzoli, tant’è che recentemente in un prepartita, nel suo ennesimo ritorno a Roma, aveva sbottato così: “Nel calcio certe volte si viene ricordati più per le stupidaggini che per le cose serie”. Aveva ragione.

All'epoca, da subentrato, aveva preso in mano una squadra allo sbando, cambiando modulo dal 4-3-3 al 4-2-3-1 e adattando Totti a rifinitore, come aveva fatto Spalletti anni prima. Perse all’esordio con la Sampdoria, poi vinse con la Juventus e prese le misure. Le prime conferenze stampa diventarono un mantra: “Bisogna ritrovare il dolore della sconfitta”, aveva detto prima del match contro i blucerchiati. Dolore trasformatosi poi in forza contro i bianconeri, grazie anche alla sua frase prima della partita: “Siamo la Roma”. Un segnale forte di quello che i suoi ragazzi erano e di quello che dovevano essere in campo. La gestione Andreazzoli funzionò e riportò i giallorossi in sesta posizione, con 28 punti in 15 partite, quarta miglior media con 1,86. Lo stesso Totti nel suo libro “Un capitano” ha sottolineato come Andreazzoli fosse un bravo tecnico e non solo un traghettatore.

Tutto questo, però, non bastò. La finale di Coppa Italia del 26 maggio 2013 persa contro la Lazio con il gol di Lulic condannò il tecnico. Una sconfitta troppo pesante per la piazza che accusò il mister di errori tecnici, come aver lasciato in panchina Osvaldo e Pjanic e non aver valorizzato i giovani nei suoi mesi sulla panchina giallorossa. Affermazione che, oggi, fa sorridere se pensiamo al coraggio che Andreazzoli dimostra nel lanciare i giovani: tra gli ultimi c'è il 18enne Jacopo Fazzini, in Coppa Italia contro l’Inter, al quale ha sussurrato all'orecchio: “Gioca come se fossi in Primavera”. La mancata vittoria in Coppa lo fece tornare nell’ombra e nello staff tecnico del nuovo mister Rudi Garcia. Poco tempo dopo Andreazzoli dirà che nella Capitale è stato trattato prima da inadeguato, poi da fenomeno e poi nuovamente da inadeguato: forse è questo il prezzo da pagare se non hai già un nome che ti valorizza.

Empoli per andare oltre l'Aurelio

A Empoli l’Aurelio è diventato Aurelio, un fatto fisico e carnale, qualcosa di realistico che puoi toccare con mano, non più solo una giocata da “joga bonito”. Probabilmente Andreazzoli aveva solamente bisogno di una piazza che lo facesse esprimere, sempre con la sua tranquillità. Ora lo chiamano, con tono affettuoso, il “nonno”, un po' perché è il tecnico più anziano della Serie A, un po' perché ha l’abitudine di camminare a braccetto con i calciatori che necessitano di una parola di conforto o di un momento di confronto. Solo così riesce a tirare fuori il meglio da ognuno di loro. Taddei docet. Non si scompone mai, nemmeno quando entra in sala stampa ed è vuota, perché Allegri è già passato e sono andati via tutti. Alla rabbia preferisce il sorriso. E nonostante il bel gesto del tecnico bianconero che la settimana seguente rimprovera i giornalisti per aver mancato di rispetto ad Andreazzoli, quest’ultimo si prende la sua rivincita due anni più tardi. Alla seconda giornata di Serie A, espugnando lo Stadium per 1-0 grazie alla rete di Mancuso.

In una recente intervista a Sportweek aveva ammesso: “Mi dedico ai giocatori e non al culto della mia persona”. Questo è il segreto del suo Empoli: mettere il ragazzo - anzi, i ragazzi - sempre davanti a tutto. Come se lui, Andreazzoli, stesse ancora allenando nel settore giovanile. Per uno partito da una galassia molto lontana e che è sempre stato abituato a restare nell’ombra, lasciare il palcoscenico alla squadra non deve essere certo un problema. E l’Empoli di Aurelio, al momento, si merita palcoscenico e applausi.

(fotocredits: empolifc)

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