ATTENZIONE! La pagina non è pubblica, perciò è visibile solo da un amministratore.

Bertoldi, un "carro attrezzi" da 300 gol

a cura di
Stefano Rossi
Collaboratore
Stefano Rossi
27/12/2021

Fabio Bertoldi, trentatré anni attaccante del Weinstrasse Sud, di giorno salva le auto in panne in autostrada, la sera si allena e la domenica sfonda le porte avversarie a suon di gol. Sono ben 300 le reti segnate dal bomber altoatesino in 412 presenze, record che può condividere con appena una sessantina di calciatori professionisti.

Il nome di Fabio Bertoldi può essere accostato a giocatori del calibro di Robert Lewandowski, Luis Suarez o Zlatan Ibrahimovic, tutti calciatori capaci di abbattere il muro delle 300 reti. Forse è anche per questo che Fabio è una star in Alto Adige e moltissimi giovani calciatori lo prendono d’esempio. L’attaccante de “La Strada del Vino”, però, non si limita a trafiggere i portieri avversari sui campi di provincia ma, con papà e fratello nella ditta di famiglia, salva gli automobilisti in difficoltà. Essere accostato a bomber da copertina gol gli fa piacere e ricorda che, però, è tutto frutto del duro lavoro: solo il talento non basta. Non se la sente di paragonarsi a nessuno di loro: si rifà solamente a Del Piero, il suo giocatore preferito, seppure abbiano caratteristiche completamente diverse.

Bertoldi è uno capace di segnare in tutti i modi: di testa (pur ammettendo che potrebbe fare meglio, visto il metro e 88 d’altezza), destro, sinistro, di rapina, su rigore, da fuori area, su punizione, in contropiede. Letteralmente in tutte le maniere possibili. Afferma che tutti i gol sono belli, dal più spettacolare a quello siglato a due centimetri dalla linea. Il suo preferito resta, però, quello contro l’Alense perché ritiene che nasconda una parte del suo carattere, quella di non mollare mai: “Nonostante avessi subito un paio di falli ho continuato, volevo rimanere in piedi e andare fino in fondo”.

Viene spontaneo chiedersi come mai un giocatore del suo calibro non sia mai andato oltre la Serie D. Ci svela che delle squadre asiatiche avevano visionato dei suoi video e lo avevano convocato per uno stage. I giorni orientali erano anche andati bene e gli era stato offerto un contratto ma aveva scelto la Serie D con il Levico, vista anche la nascita della sua bambina Emma. Ha scelto la famiglia perché considera sua moglie Valentina e i figli Emma e Alessandro la sua vera forza: “La mia famiglia è fondamentale per me e tutte le scelte che faccio e farò tengono sempre conto di loro”.

L’anno del Levico aveva chiuso la classifica marcatori, a livello nazionale, al terzo posto. Un dato mica da poco e tuttora stupisce il suo mancato approdo nel professionismo. Ma è il primo ad ammettere che fare la C per un giocatore di 22, 23 o 24 anni com’era lui al tempo è complicato: “C’è la regola degli under e o hai qualcuno che riesce a spingerti dentro oppure è dura. Ho avuto la possibilità di andarci quando era troppo tardi e con le condizioni economiche di oggi è difficile vivere solo di calcio, da scommessa, in Serie C. Non è tutto oro come può sembrare”. Afferma, ridacchiando, che avrebbe potuto essere sia un giocatore di B che di C ma anche che “bisognava vedere come”. Pensa che non sarebbe stato un attaccante da 20 gol a stagione in B ma uno buono da completare la rosa in C sì. Ma, alla fine, per uno come Bertoldi – attento ai valori, quelli veri – i campi di periferia vanno più che bene: “Il nostro calcio regionale è una bella realtà, perché anche se le partite sono toste poi si va a bere una birra tutti insieme, si sdrammatizza, c’è molta lealtà sportiva. In campo è una battaglia ma poi finisce sempre con un abbraccio, una stretta di mano e questa cosa mi piace molto. Nei nostri campi c’è sicuramente molta più lealtà rispetto al professionismo”.

 

Uno sguardo critico

Fabio è abbastanza attivo e popolare sui social e proprio online afferma che il calcio è poco meritocratico e molto politico, frutto anche delle molte decisioni assurde che ha visto in carriera: una su tutte la retrocessione del Levico a tredici giornate dal termine. Ma ha visto anche ottimi tecnici senza una panchina e che non riescono a fare strada. E quando gli si chiede se tra i tanti mister conosciuti ce ne sia uno che gli ha lasciato qualcosina di più, c’è un nome che salta fuori subito: racconta di essere riuscito a imparare e rubare qualcosa da tutti e che tuttora non smette di apprendere, ma che considera Diego Zambiasi il più importante, quello che lo ha plasmato e cresciuto nel settore giovanile. Lo reputa cruciale a livello umano e, forse, è anche per questo che è il padrino di sua figlia.

È probabilmente per la poca meritocrazia presente nel calcio che lo sport preferito da Bertoldi non è il pallone, nonostante sia un grande tifoso della Juventus e abbia una “sala dei trofei”, dove conserva gli autografi e i ricordi calcistici più belli. Tra i suoi cimeli c’è anche la foto con Pavel Nedved, incontrato nella sua Salorno. È appassionatissimo di Formula 1 ma stravede anche per il ciclismo, solo dopo viene il calcio. Ci scherza su: “Arrivare in Fromula 1 è troppo difficile, ciclismo troppa fatica e quindi mi è rimasto il calcio”. Se non era stato in grado di accostarsi a nessun bomber da trecento gol, gli riesce meglio con campioni degli altri sport. Nelle quattro ruote sceglie Sebastian Vettel per l’impegno che ha sempre messo, anche nelle sconfitte, passando alle due ruote opta invece per l’amico Damiano Cunego per lealtà, correttezza e la costanza negli allenamenti.

Ci racconta infine come sono arrivati i due gol che gli mancavano per arrivare a quota 300: il Weinstrasse scende in campo contro il Natz, vincerà poi per 4-0, ma nel riscaldamento le sensazioni non sono affatto buone: “Venivo da un infortunio muscolare e ho vissuto un po’ la giornata, non mi sentivo benissimo. Eravamo, però, in emergenza e abbiamo deciso col mister di giocare comunque. Nonostante una condizione che non mi permetteva di fare grandi cose visto che ero fermo da quasi un mese, è arrivato un rigore e l’ho segnato. Poi alla fine è arrivata questa palla in mezzo, c’è stata una ribattuta, ed è arrivata da sola sul mio destro. Trecento. Non ci ho neanche pensato troppo perché ero concentrato sulla prestazione visto che non stavo bene. Raggiungerli così è stato quasi naturale e doppiamente bello. Mi sono accorto solo dopo di esserci riuscito. Tutti i compagni mi hanno abbracciato perché sapevano quanto ci tenevo e finita la partita abbiamo proseguito la festa al bar…”


Ti potrebbe interessare

Un minuto di Serie D Finale di stagione/2

Un minuto di Serie D Finale di stagione/2

Siamo agli sgoccioli di questa lunga stagione di Serie D ed è tempo di ultimi verdetti. Quasi tutto definito nei vari raggruppamenti; manca infatti soltanto la post season del gruppo G, che ha disputato l’ultimo turno mercoledì. Intanto proseguono anche le sfide per decretare il supercampione di questo campionato d’Italia.
L’Airone Caracciolo vola dal campo alla scrivania

L’Airone Caracciolo vola dal campo alla scrivania

Dopo aver contribuito a riportare il Lumezzane in Serie D, l’attaccante classe 1981 ha deciso di appendere le scarpe al chiodo. Il suo futuro sarà comunque nel club lombardo come direttore sportivo. Bandiera del Brescia, di cui è il miglior marcatore della storia e secondo nel numero di presenze, è anche uno dei pochi giocatori ad aver giocato con entrambe le squadre di Genova

Iscriviti subito, per te esclusivi vantaggi dei nostri partner