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Mancuso, il bomber pescatore che sa aspettare il momento giusto

a cura di
Marco Gaetani
collaboratore
Marco Gaetani
24/03/2022

Da piccolo ha dovuto convincere i genitori ad abbandonare il tennis per darsi al calcio. Scelta vincente, visto che a 9 anni è passato al Milan dove ha vissuto l'intera trafila delle giovanili prima di scendere in Serie D al Pizzighettone e risalire la china fino alla Serie A con l'Empoli. Il suo punto di forza? La pazienza

Una delle regole immutabili e immutate del calcio, tranne le eccezioni che non fanno altro che confermarla, è che gli attaccanti tendono a maturare tardi. La storia di Leonardo Mancuso non solo non fa eccezione, ma parte da un ulteriore scatto temporale alla base: non è stato uno di quei bambini nati con il pallone ai piedi, ma con una pallina e una racchetta. L’ascesa dell’attaccante del Monza al grande calcio parte dai circoli di tennis nei dintorni di Lacchiarella, un’ora scarsa da Milano. Una volta concluse le lezioni di tennis, però, il piccolo Leonardo si ritrova con gli amici e lì non c’è volontà di famiglia che tenga, soltanto un pallone che rotola. E lo sa far rotolare meglio di tanti altri.

Le carriere iniziano anche così, da un piccolo atto di ribellione. Ci sa fare, lo fa capire ai genitori. Inizia a giocare nella squadra del paese e la voce inizia a girare, fino a colmare quell’ora che manca da Milano. Il Milan lo tiene sott’occhio e a 9 anni lo porta nel settore giovanile, anche se quando arriva la squadra dei Pulcini non c’è ancora. Si forma in quella che, prima di una scuola di sport, è una scuola di vita. Impara il rispetto delle regole, come ci si comporta in un gruppo. Impara soprattutto la pazienza. 

L'idolo Sheva e la passione per la pesca

Proprio la pazienza gli torna utile in quello che è il suo hobby principale, il carpfishing. Lo hanno chiamato il bomber pescatore: si mette sulla riva di un fiume, collega l’esca all’amo con un filo molto sottile. Una tecnica che serve per prendere il pesce ma senza procurargli danni irreversibili. Una volta catturati, infatti, gli esemplari di carpa vengono rilasciati nel fiume. Una passione che coltiva sin da ragazzo, quando in testa aveva soltanto un idolo: Andriy Shevchenko. Adesso che è al Monza non può più indossare la “sua” numero 7, anche se si ritrova agli ordini di chi con Sheva ha avuto parecchio a che fare: Silvio Berlusconi e Adriano Galliani.

L'ultima tappa di Leonardo Mancuso: il Monza, in Serie B (foto credit: Facebook AC Monza)

Ma gli attaccanti, come detto, maturano tardi. E la storia dell’esplosione di Mancuso non è di quelle semplici e lineari. Dal settore giovanile del Milan, infatti, fa un quadruplo salto all’indietro. Nell’estate 2011, a 19 anni, si ritrova al Pizzighettone. L’allenatore, Paolo Bertani, lo utilizza come esterno d’attacco iper offensivo in uno spregiudicato 4-2-4, e solo in alternativa come una delle due punte centrali. Impara l’arte della fatica sulla fascia, i tagli che servono anche a una seconda punta. In un ambiente familiare, riesce subito a essere a proprio agio. E c’è un dettaglio in più. Quel Paolo Bertani non è un allenatore qualunque, ma l’uomo che, quando aveva 9 anni, lo aveva portato al Milan. In quel Pizzighettone militava anche Edoardo Goldaniga, oggi al Cagliari. Mancuso ripaga Bertani con una stagione da 11 gol. In quello stesso anno, scende in campo anche nel Torneo di Viareggio con la Rappresentativa di Serie D, con la quale raggiunge i quarti di finale, salvo poi doversi arrendere alla Roma. 

Un giovanissimo Mancuso esulta dopo un gol segnato con il Pizzighettone, in Serie D (foto credit: Facebook Pizzighettone Calcio)

Il ritorno tra i “Prof”

Lo chiama la Carrarese, in Prima Divisione. Mancuso dimostra di poter sopportare la categoria, in due anni mette a segno 11 gol complessivi, anche se nella seconda stagione gioca meno. Prova a scommettere su di lui un club che da sempre guarda con grande interesse alle serie minori, il Cittadella. Ma non funziona: dopo metà campionato torna nuovamente in Lega Pro. Un anno e mezzo a Catanzaro, il gol che diventa una chimera, la sensazione di aver smarrito la strada. Ormai 24enne, Mancuso finisce a San Benedetto del Tronto. Ci arriva forte degli anni più complessi della sua breve carriera. Cerca di farsi forza, di digerire le delusioni e di rielaborarle. Ed esplode. In regular season realizza 22 gol, è il capocannoniere del torneo. Due dati che fanno drizzare le orecchie al Pescara: la stagione inizia con Zdenek Zeman in panchina, che per un attaccante è garanzia di crescita. Ma il boemo dura poco, mentre la Juventus decide di acquistare Mancuso e lasciarlo parcheggiato a Pescara. Un’investitura non da poco. Nel campionato 2018-19, Leonardo realizza 19 gol agli ordini di Pillon, con la squadra che chiude al quarto posto e interrompe la propria corsa promozione soltanto alle semifinali di playoff contro il Verona. 

Empoli, la Serie A e il Monza

Ormai Mancuso è un bomber di categoria e viene prelevato dall’Empoli, che ha sogni di promozione ma stecca il primo anno, anche stavolta ai playoff. A livello personale è comunque una stagione da 13 gol, ma è come se si portasse dietro una maledizione che non lo vuole in Serie A. Poi a Empoli arriva un tecnico giovane e ambizioso, Alessio Dionisi, un altro che sa bene cosa significhi la gavetta. La svolta è finalmente dietro l’angolo. Infila un’annata straordinaria, condita dall’incredibile poker rifilato all’Entella in 14 minuti e mezzo. Come se avesse improvvisamente preso coscienza della propria forza, Mancuso chiude la stagione con 20 gol, la promozione dell’Empoli e la possibilità di toccare con mano la Serie A, alle soglie dei trent’anni. Perché gli attaccanti maturano tardi: “Ci sono tantissimi esempi, anche in passato. Con l’età si prende consapevolezza dei propri mezzi, ti senti più sicuro in campo”, ha confermato in un’intervista a “La Repubblica”.

La Serie A, quindi. Un buon esordio con la Lazio, poi lo scoglio teoricamente impossibile della Juventus allo Stadium. È un giorno strano, perché la Juve ha appena capito che Cristiano Ronaldo è destinato altrove. L’unico 7 a brillare, quel giorno, è quello di Mancuso. Firma l’unico gol del match e per una settimana scopre cosa vuol dire diventare di colpo un caso nazionale: “È difficile spiegarlo: davanti agli occhi mi sono passati 20 anni di calcio, di sacrifici, di momenti belli e brutti. Di una vita da professionista lontana dalle luci della ribalta, ma vissuta sempre con passione e impegno. Il calcio emoziona anche se non giochi in Serie A. A fine gara ho regalato ai tifosi azzurri i miei pantaloncini. La maglia no. Quella resterà con me per tutta la vita”, racconta alla “Gazzetta dello Sport”.

Leonardo Mancuso durante una delle sue apparizioni con la maglia dell'Empoli in Serie A (foto credit: empolifc)

È l’apice, fin qui, della sua carriera, perché il mercato porta a Empoli Pinamonti e Cutrone, lo spazio diminuisce, e un bomber di categoria fa sempre gola a chi vuole salire in A, come il Monza. Ma Mancuso conosce la pazienza, sa aspettare il momento giusto per ogni cosa. È partito da lontano per arrivare lontanissimo.

(foto credit: acmonza.com)

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