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Chiedi alla polvere: una seconda opportunità chiamata calcio

Collaboratore
Francesco Caremani
06/12/2021

Il Royal Excel Mouscron, squadra professionistica belga di serie B, Division 1 B Pro League, insieme con il locale centro di accoglienza ha creato la propria squadra di rifugiati, avendo già quella dei senzatetto

Potremmo scomodare Francesco De Gregori e la sua leva calcistica del ’68, potremmo parlare di buone notizie, dimenticandoci la definizione stessa di notizia. E questa sicuramente lo è, perché il Royal Excel Mouscron, squadra professionistica belga di serie B, Division 1 B Pro League, insieme con il locale centro di accoglienza ha creato la propria squadra di rifugiati, avendo già quella dei senzatetto, con il nome - a dire il vero poco fantasioso - di Royal Excel Refugees.

Mouscron è una cittadina belga di lingua francese, al confine con la Francia, guardando dritta in faccia Roubaix e Lille. Qui c’è un centro di accoglienza, Fedasil Le Refuge, che accoglie migranti provenienti da tutto il mondo e qui è iniziata, e continua, la storia di Ibrahim, proveniente dalla Guinea - o più comunemente Guinea Conakry, dal nome della capitale - cresciuto calcisticamente in un’importante accademia locale, come tante ce ne sono in Africa. Ha lasciato il Paese d’origine a 15 anni per la Germania, arrivando a giocare in una squadra Under 17: “La lingua tedesca è complicata – ha raccontato Ibrahim – quindi ho deciso di venire in Belgio, nella zona francofona”. Una volta arrivato è stato intercettato dal centro di accoglienza per richiedenti asilo.

La storia di Ibrahim, superficialmente, ci fa pensare al football trafficking, parola che racchiude sia la tratta che il traffico di esseri umani a fini calcistici, per semplificare. Ma la nostra è solamente una deduzione. Magari, invece, è arrivato con i documenti in regola e gli è semplicemente scaduto il permesso di soggiorno. Resta da capire perché, dopo tre anni passati in Germania, ha poi avuto bisogno di appoggiarsi a un centro di accoglienza per richiedenti asilo. Questa, però, non è la storia di oggi.

Nella foto, la squadra di rifugiati del centro di accoglienza di Mouscron: clicca e guarda il video sulla Royal Excel Refugees

Ibrahim è un attaccante e dentro al Fedasil Le Refuge passava gran parte delle giornate a palleggiare e a giocare a calcio con altri rifugiati: “Lo vedevo calciare il pallone tutti i giorni – ha ricordato Mouad Salhi, responsabile della comunicazione del centro di accoglienza –. Ho parlato un po’ con lui e mi ha detto che aveva un unico sogno, quello di diventare un professionista. E lì è scattato un clic: l’idea di creare una squadra di profughi”. A quel punto ha investito proprio Ibrahim del ruolo di reclutatore: “Ho giocato con tutti e conosco chi sa giocare e chi, invece, non può. Così ho organizzato un torneo e ho reclutato sedici giocatori”, ha ribadito il ragazzo guineano.

Mouad Salhi, però, non si è accontentato di questo e ha pensato in grande, andando dal Royal Excel Mouscron, club cittadino di B, con un passato nella massima serie belga, per contattare il proprio alter ego, Céline Mawet, responsabile della comunicazione della squadra rossoblù: “Quando Mouad Salhi è venuto a parlarmi della sua idea di fondare una squadra di rifugiati ho pensato che fosse un’ottima occasione per iniziare questa avventura insieme e per ribadire la responsabilità sociale di un club come il nostro, visto che abbiamo già una squadra di senzatetto maschile e una femminile”. La responsabilità sociale di un club, un aspetto che il calcio professionistico, a parte iniziative isolate come questa, prende poco in considerazione. Come sarebbe se ogni società avesse, oltre al settore giovanile, oltre alla sezione femminile, anche squadre inclusive, dai disabili agli stranieri, dai senzatetto ai rifugiati, con un impatto sociale e personale enorme?

L’obiettivo di Ibrahim è quello di diventare professionista e come ogni ragazzo africano che sa dare due calci a un pallone è molto sicuro di sé: “Fare parte di questo club è un’opportunità. Il mio obiettivo è sfondare nel calcio e ho speranza di riuscirci. Ci vuole coraggio e pazienza e sono sicuro che funzionerà”. Céline Mawet sorride: “So che alcuni bramano di diventare professionisti. Intanto inizieranno a giocare, poi se andando avanti si metteranno in evidenza potremmo pensare a dei provini per inserirli a pieno titolo nelle nostre squadre professionistiche e, magari, un giorno calpestare Le Canonnier (l’impianto dove gioca il Royal Excel Mouscron, ndr)”. Intanto la società ha messo a disposizione i campi da gioco, ma anche le maglie, i palloni e, ovviamente, gli spogliatoi.

L’impatto sociale, ancora prima di quello sportivo, si sta rivelando formidabile, perché permette ai migranti di uscire dal centro di accoglienza secondo una certa routine e di entrare in contatto, integrandosi, con la popolazione locale. “La vita comune dentro a un centro di accoglienza non è facile – sottolinea Salhi –. Questa occasione è per loro una boccata d’ossigeno. Sono nate amicizie tra i nostri ragazzi e gli abitanti di Mouscron e ogni tanto vengono organizzate delle partite amichevoli al parco comunale”. Ibrahim ha confermato: “Il calcio mi ha permesso di incontrare tante persone qui a Mouscron, adesso ho tanti contatti e anche tanti amici”.

Può sembrare banale quello che per noi è vita quotidiana, oseremmo dire nomale, ma banale non lo è mai quando il calcio ti dà una seconda opportunità, quando ti accompagna dentro una nuova vita, quando ti apre le porte del nuovo mondo. Quello sognato rincorrendo un pallone.


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